mercoledì 14 aprile 2010

Fides quaerens intellectum

 La Trinità - Lucas Cranach "Il vecchio"


Oh! till Thou givest that sense beyond,
to show Thee that Thou art, and near,
let patience with her chastening wand
dispel the doubt and dry the tear [...]
Then, to behold Thee as Thou art,
I'll wait till morn eternal breaks.
(Nondum - G.M. Hopkins)




A mio cugino Caleb.


I

Non capisco se la mia fede sia un argine
che cerchi di limitare il trasbordare d' acque torbide
vomitanti le mie perplessità,
o se essa sia piuttosto la porta d'accesso
che conduce alla presenza
del mistero della vita.

Siedo nella polvere con l'antico patriarca.
Il mio corpo non ha bubboni purulenti
 nè il mio capo è rasato.

La vera cenere è nel mio cuore.

Fino a quando?

II


A nulla vale ciò che viene dopo
quando il prima non è più.

Non voglio il doppio dei cammelli,
non voglio il doppio di ciò che avevo.
Voglio solo una vita,
questa.

III


Cosa dovrei chiedere,
  piegato sulle ginocchia?

Per cosa pregare?

Dio dal sangue caldo,
piangi con me,
ancora una volta.

Fa' che oggi sia Getsemani.

Solo quel tetro giardino,
oggi,
mi può essere luce.

IV

Qualora la Tua risposta
fosse anche una domanda,
Ti prego,
parlami.

V

Odio l'idea che oggi qualcuno rida.

Mi sembra paradossale che i mezzi d'informazione
non parlino di quanto ti stia accadendo.

Perchè alcuni nomi si conquistano le prime pagine?

Non è forse ogni vita preziosa?

Quanti uomini,
quante donne,
oggi,
in questo momento,
stanno lottando nelle tue condizioni?

Perchè non lo so?
Perchè non le conosco?

Talvolta paradossalmente,
come il Qohelet,
si celebra chi non è nato alla vita.

Non vivere esclude
la possibilità di morire.

VI

Anche se ora mi dicessi
che la morte non c'è quando noi ci siamo
e che noi non siamo quando morte c'è, 
(vecchio ritornello epicureo)
io non ti crederei.

Dimmi:
se sono frutto di un cieco clinamen,
perchè i miei stessi atomi
desiderano l'unione
e non la disgregazione?

VII 


E poi
quand'anche avessi ragione,
se morte non fosse quando siamo,
se noi non fossimo quando morte è,
rimarrebbero gli Altri.

Chi consolerebbe gli Altri?

Dimmi:
Se lui ora si disgregasse,
prima gli atomi invisibili dell'anima
(sempre se di anima puoi parlare)
e poi gli atomi del corpo
e infine gli atomi stessi di questo mondo
che raccoglie vivi e morti,
se ora lui diventasse dispersione,
non lo sarei anche io?

Che differenza c'è tra aggregazione e soluzione,
se sia lui,
sia io,
in realtà
conosciamo vita, conosciamo morte 
allo stesso tempo?

VIII


Mi strugge il fatto
che non riesca nemmeno
a ricordare delle foto fatte con te.

Che importanza hanno questi segni,
questi artifici chimici vecchi di oltre un secolo?


Sono sempre stato una presenza
evasiva.

Certo, la distanza.
Viviamo lontani.
Certo, gli impegni;
lo studio, le prediche,
il ministero, gli amici.
Certo, le scuse.
Parlo con tuo padre
e chiedo di te solo quando stai male
dando per scontato
che tutto sia sempre nell'ordine delle cose
quando il tuo nome
non viene citato.

Che ricordi hai di me?
Questa domanda, credimi,
mi trafigge
come fossi una sottile foglia
su cui un bambino decide
di provare il coltello svizzero
regalatogli per la festa di compleanno.

Eppure mi sorridi
quando tamburello le dita sul tuo braccio.
Eppure giochiamo insieme:
stesi sull'erba del giardino
fingiamo con il piccolo trapano,
giocattolo che possiedi da quando ho io stesso memoria,
di bucare pareti imponenti.

La non presenza minaccia sempre come
colpa e rimorso
quando ci rendiamo conto,
tardivamente,
che avremmo potuto non fare di più.
Semplicemente,
essere.

IX


Mia sorella,
quel giorno a tavola,
vedendomi arrabbiato
di preghiere,
disse
"Tu sei così solo perchè temi che muoia".

Lo disse con lo spirito di una persona
che da giovane sorella
era ora mamma.
Se prima riusciva a capirmi come essere
a mia volta generato,
oggi mi capiva anche
come essere generante.
Il suo ventre era stato luogo di esistenza,
opposizione allo Sheol,
e conosceva il legame che si forma in quel luogo misterioso
tra una vita e un'altra.

Sharon,
prova tu a modulare una preghiera per me.

La mia è afasia.

Io non sono arrabbiato di preghiere,
sono irato per le preghiere udite.

Perchè non osare?
Perchè non chiedere l'impensabile?
Perchè non tentare?

Non intendo scambi di vita
(tragici eroismi di disperazione):
la mia per la sua.

Intendo esattamente
vita.
Per ognuno di noi.



Se la religione è l'oppio dei popoli
perchè ne faccio uso?
Sono forse pazzo?

Credere in Te
non lenisce il dolore
nè rende intorpiditi i sensi.

Sento più vive le domande.

Sento più vivo il dolore.

XI

Mi sembra paradossale
che non sia il caos dei miei gesti
a spingermi davanti al banco
per perorare la mia causa,
quanto la sofferenza di una persona
che si trova sotto i ferri
per l'irresponsabilità altrui.

"What did it happen yesterday at the game?
Did the Seahawks succeed?"

E intanto la macchina delle bevande,
prendeva il suo tempo
nell'emettere quel disgustoso intruglio
chiamato per somiglianza caffè, 
scuro e insapore.
Quando poi, presi alla sprovvista,
avete usato l'orrendo attrezzo
per deturpare l'uomo
che stava vedendo la luce del mondo,
dono di vita a vite,
a cosa pensavate?

A un pallone ovale?
Alle quote puntate sui lanci da touchdown
che il quarterback avrebbe fatto?

Cerco sugli annali di football
i nomi dei giocatori di quel periodo.

Vedere le foto ingiallite
di chi potrebbe essere stato oggetto dei vostri discorsi
in quei momenti,
mi aiuta
a pensare
anatemi e trapassi.

Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe:
durissima lezione.

XII


Stamattina mentre passeggiavo
nel centro di questa città
che sembra soltanto ora risorta alla vita,
ho sentito ancor più viva la contraddizione.

Ho visto il volto pallido che tuo padre
ieri sera mi descriveva,
mentre il telefono ci univa e separava.

"Non ha appetito. Il suo volto è macilento."

Certe immagini arrivano inaspettate,
come banditi pronti all'agguato.

I miei passi si sono fatti pesanti
e per un istante ho desiderato disperdermi
nella luce che stava baluginando
dietro ai merli del comune.

Sperimenti il dolore nella sua forma perfetta.

Non parli.
Fai versi.

Il dolore è questo.

Incomunicabilità.

Eppure, perchè ciò che non esprimi
è così chiaro,
come se tu avessi trovato parola perfetta?
Perchè ciò che è intimo,
diviene linguaggio universale?

Il mio dolore è diverso dal tuo.
Il mio è riflesso,
il tuo sorgente.

Il mio dolore.
Il tuo dolore.
Il nostro dolore.

XIII


A volte sento di dovere delle scuse.

Non intendo scuse per ciò che chiedo.

Mi riferisco al fatto che forse non dovrei
domandare nella piazza,
nell'ora in cui il mercato contiene più persone.

Pongo quesiti
offensivi.
Ho bocca ruvida quanto le orecchie.

Mi accorgo improvvisamente
che siedo in compagnia
di chi spesso leggiamo:
Geremia e Giobbe,
padre Abraamo e
Asaf.

E poi,
la Tua compagnia.
Sì, Tua,
Di Te che piangesti su Gerusalemme,
Di Te, che fra le tue ultime parole,
presentasti una domanda
che pure, in lingua remota,
giunge traboccante d'indomita audacia.

Eloi ,Eloi, lamà sabactanì.

Le orecchie che si meravigliavano
del perchè tu chiamassi Elia,
sono le medesime che oggi danno risposte
e non hanno ascoltato il vero suono del quesito.

Oggi, non darmi la tenacia di cercare risposte,
dammi la forza di vivere con le domande.

 [Jonathan S. Benatti - 14 Aprile 2010]

2 commenti:

deboraricciardi ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
deboraricciardi ha detto...

Ho letto la tua poesia...Letta e riletta ancora.
Mi sorprende averci trovato quel poco di te che ho avuto la possibilità di conoscere. E solo ora posso comprendere quanta sincerità e trasparenza tu sia stato in grado di comunicarmi.
Il bisogno di nutrirsi di interrogativi dai quali trarre la forza di continuare a cercare, fa commuovere.
La tua poesia è tensione ma anche abbandono fiducioso.
Ma è altro e altro ancora... e ancora...ancora!